Bagada Felix – Martina Magni Blog Tour

Benvenuti in questa tappa del blog tour per Bagada Felix di Martina Magni.

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ESTRATTO:

«E quindi lo fai perché pensi che sia più bella di te?»

«Non lo penso, lo è. Tutti lo dicono, quindi deve essere vero.»

Felix scosse la testa. Sedeva sul letto di sua cugina Angela, in una camera che gli ricordava tanto i suoi Anni Novanta, piena di poster di gente famosa e foto di gente che invece non sarebbe mai uscita da Palermo.

Angela, sedici anni, obesa e di bassa statura, era invece seduta per terra e stava finendo di svuotare con un cucchiaio affilato la gambe di sua sorella Alessia, di anni quindici e chili quarantadue. L’aveva svuotata tutta, sangue ossa e ciccia, ammucchiati adesso vicino al letto, come l’offerta speciale di una lugubre macelleria.

Finito il lavoro, Angela si tolse il sudore dalla fronte brufolosa e ci lasciò una strisciata rossa di sangue, quindi si alzò e prese il resto molliccio della sorella per i bei capelli biondi. Il sacco di pelle vuota penzolava disgustosamente, ma era intatto. Angela tolse le scarpe e ci infilò prima un piede e poi l’altro, come se stesse indossando una tuta da sub.

Felix aggrottò le sopracciglia

«Angela, promettimi che quando ti sveglierai penserai seriamente a iniziare una terapia», le disse.

«Fatti i cazzi tuoi, fallito», grugnì lei, sistemandosi le dita dentro il guanto umano.

ESTRATTO 2:

Un grande cielo color cenere si aprì sulla sua testa, così immenso e talmente d’improvviso che Felix poté quasi sentirne lo scoppio, un boato silenzioso che gli polverizzò i pensieri.

«Oddio!» gracchiò cadendo in ginocchio e portandosi le mani alle orecchie.

C’era un’aria strana, sinistra, grave. Pesante come un macigno. E si accorse di ciò che aveva intorno.

Si trovava in uno spiazzo urbano, grigio come la morte, ma pieno di persone. Il senso d’angoscia era insopportabile. Stava accadendo qualcosa, ma dato che era ancora in ginocchio dovette alzarsi per vederlo. Si sforzò e si rimise in piedi. Faceva un freddo infame, ma non tirava un alito di vento.

Sgomento, vide che dal cielo iniziarono a discendere, lente ma inarrestabili, nuvole di fumo incandescenti bianco-azzurrine; luminosi e impalpabili corpi celesti stavano ricadendo sulla Terra, come messaggi divini.

Era finita. Qualsiasi cosa stesse accadendo, Felix poté sentire addosso l’inconsolabile malinconia della Vera Fine.

Sempre dal cielo, iniziarono a piovere degli strani aerei rettangolari dall’aspetto severo, minacciosi e artificiali, umani. Seguendone uno con lo sguardo, Felix iniziò a capire meglio cosa stava succedendo.

I rettangoli volanti erano guidati da persone armate e in divisa: discendevano, si fermavano, facevano salire poche persone scelte tra la folla e poi ripartivano, svanendo nel nulla. E nuvole di fumo celestiale continuavano a cadere, lentissime, lasciando lunghe scie sul loro cammino. La folla era infinita, ma disciplinata, spenta. Non c’erano strilli, non c’erano voci. Solo, in lontananza, funebri corni profondi e musicali suonati da chissà chi.

Felix non capiva, ma sentiva qualcosa abbandonarlo sempre più. Il calore, la serenità forse, l’istinto di sopravvivenza. Un cupo presentimento di sentenza gli era scivolato sulle spalle, a tradimento, in quel mare di anime rassegnate.

ESTRATTO 3:

Vide qualcuno chinato per terra.

Schiena ricurva, gambe piegate sotto al culo, mani sulla faccia, in una posizione di sconforto e disperazione assoluta. Indossava un’elegante vestaglia scura.

«Sergio?» chiamò. Era abbastanza sicuro si trattasse di lui. Però l’aria di quella stanza non gli piaceva per nulla. In lontananza un pianoforte dolcissimo suonava la colonna sonora di un film che Felix non riusciva a ricordare.

«N-no…» gemette la persona e dalla voce pareva proprio Sergio. «No, no, no, non ce la faccio…»

«Sergio!» ripeté Felix, che riusciva a vedergli solo la schiena. Fece qualche passo verso di lui, ma si bloccò di colpo: si era accorto che su quella schiena stava appoggiato un grosso ragno. Sembrava una vedova nera, ma di dimensioni mastodontiche: copriva Sergio per buona parte di spalle e schiena. Muoveva le zampe scheletriche lentamente, quasi gli stesse facendo un massaggio. Le anteriori le aveva infilate tra i capelli sudati di Sergio, il quale continuava a gemere: «No, non ce la faccio… non io, non io…»

Felix era pietrificato. Aveva sempre avuto un po’ schifo dei ragni, anzi, gli facevano decisamente impressione; ma quello era veramente troppo pauroso, inquietante. Avrebbe voluto liberare l’amico, ma l’idea di avvicinare le mani a quell’animale lo terrorizzava; le lunghe zampe avevano un aspetto affilato, pericoloso. E vedeva Sergio lì, impassibile nella sua agonia, con la bestiaccia infernale a massaggiargli il cranio in quella penombra che confondeva i sensi.

«Sergio!» gridò allora Felix, ma l’amico non si voltò. «Sergio girati, ti prego!»

«N-no… non ce la faccio… Non io…»

«Sergio!»

Volle fare un altro passo avanti, ma sentì di non potersi muovere, come avesse avuto le caviglie incastrate nella pietra.

Abbassò lo sguardo e…

Sì, lo aveva sospettato, lo aveva temuto. Caviglie e piedi erano ricoperti di ragni più piccoli, neri e lucidi; feroci. Erano freddi e le zampette puntute gli bucavano la carne.

«Sergio!» continuò a chiamarlo Felix nel panico. «Cazzo, girati Sergio, vieni ad aiutarmi!»

Non ebbe risposta. I ragni non si muovevano dai suoi piedi, lo punzecchiavano come aghi.

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